Tutto quello che devi sapere sul cambiamento climatico 

(Immagine: Natura morta in stanza, 2023)

E se vi dicessi che sapevano tutto? E che lo sapessero da tantissimo tempo? Il 13 gennaio di quest’anno, 2023, sul giornale Science, è stato pubblicato l’articolo forse finora più importante sul cambiamento climatico. In termini politici, sociali ed etici, questo articolo rappresenta l’equivalente di una bomba nucleare, nonostante (com’è tristemente ovvio aspettarsi) non ne abbia parlato nessuno nei canali informativi mainstream (o nel mondo accademico).

Nell’articolo(https://www.science.org/doi/10.1126/science.abk0063), un team di giornalisti investigativi ha passato al vaglio documenti interni della Exxon, uno dei più grandi produttori di petrolio al mondo, relativi al periodo 1977-2002, nonché svariate pubblicazioni scientifiche prodotte da scienziati che hanno lavorato come ricercatori per la stessa Exxon. Ebbene, la compagnia petrolifera sapeva almeno dagli anni ’70 che la produzione di combustibili fossili avrebbe verosimilmente portato al riscaldamento globale. Non solo, la Exxon, grazie agli alle sue stesse ricerche, può anche vantare di aver fatto delle proiezioni perfettamente accurate, collimanti con quelle di altri ricercatori non-Exxon (i.e. indipendenti o pubblici), e persino di aver saputo predire il momento in cui il cambiamento climatico avrebbe avuto luogo. Quando opinionisti e politici prezzolati seminano il dubbio sulle ricerche scientifiche, potete semplicemente citare i diretti responsabili: la Exxon stessa sapeva cosa faceva, e c’è arrivata da sola prima di tutti gli altri. Sì, perché dovete sapere che i primi a fare ricerche sull’impatto dei combustibili fossili sul pianeta e la CO2 sono stati proprio le grandi aziende petrolchimiche. La Exxon ha condotto le sue ricerche su questi fenomeni anzitempo, avvalendosi di diversi scienziati e, soprattutto, arrivando sempre alle stesse conclusioni: in termini ambientali ci saranno conseguenze. Ma allora perché non fermarsi in tempo? La risposta più ovvia è: perché ci guadagnavano. Certamente. Ma non si tratta solo di questo. Questa è la narrazione preferita anche di tanti marxisti ortodossi i quali hanno in mente esclusivamente una spiegazione del tipo: après moi, le déluge, dopo di me, il diluvio, la celeberrima frase attribuita a Luigi XV. In altre parole, a chi guadagna dai combustibili fossili non interesserebbero tanto le conseguenze, perché pensa soltanto al qui ed ora del profitto, del dopo non importa. Un’altra variante di questa spiegazione è quella del male necessario: i capitalisti fanno spallucce e dicono: “beh purtroppo queste sono le conseguenze inevitabili della crescita economica”. Questa seconda spiegazione è un po’ più vicina alla realtà rispetto alla prima, ma ancora manca di un elemento fondamentale. Il punto, infatti, è che in Exxon & company, non sapevano solo quando sarebbe avvenuto tutto ciò, ma anche all’incirca dove. Il tempo di questi fenomeni distruttivi è importante tanto quanto lo spazio. Durante una riunione della Exxon nel luglio 1977, James F. Black, allora scienziato che lavorava per la compagnia, dopo aver confermato il ruolo causale chiave dei combustibili fossili rispetto al cambiamento climatico, aggiunse: “le piogge potrebbero diventare più pesanti in alcune regioni, e altri posti potrebbero diventare deserti. Alcuni paesi ne beneficeranno mentre altri vedranno la loro produzione agricola ridotta o distrutta” (citato da Banerjee et al. 2015; seguite loro, peraltro, se vi interessa del giornalismo climatico affidabile https://insideclimatenews.org/book/exxon-the-road-not-taken/).

E questo era il 1977. In un altro documento interno, relativo al 1981, Roger Cohen, ai tempi manager di Exxon, affermò essere “chiaramente possibile” che gli andamenti sul riscaldamento dopo il 2030 “saranno in effetti catastrofici (almeno per una porzione sostanziale della popolazione mondiale” (Ibid.). Di nuovo, questo era solo il 1981. Fa veramente arrabbiare leggere queste parole proprio mentre in questi giorni – 17 maggio 2023 – stiamo vedendo alcune regioni come l’Emilia Romagna falcidiate dall’alluvione. Esempi di distruzioni macroscopiche (tra cui desertificazioni di aree dedite all’agricoltura) di questi tempi non mancano. E se ho voluto citare esattamente queste parole e non altre, tra la pingue raccolta di materiali adesso di pubblico dominio, è perché si parla chiaramente di una distribuzione geografica impari delle conseguenze. Per citare ancora una volta: “Alcuni paesi ne beneficeranno mentre altri vedranno la loro produzione agricola ridotta o distrutta”. 

Per la precisione, chi ne sta beneficiando corrisponde a chi è in grado di capitalizzare sulle sciagure altrui. Per esempio, queste sono le parole di Jane Mendillo, capo dell’Ufficio investimenti di una fondazione da 32 miliardi di dollari della Harvard University, mentre volava sul suo aereo a turboelica sopra le colline del Brasile: «Quel che cerco sono proprietà che producano qualcosa che il mondo ricercherà sempre di più e di cui è difficile aumentare l’offerta». Nel suo recente Guerre dei prezzi (Einaudi, Torino, 2022), Rupert Russell, che riporta l’episodio, spiega il ragionamento: «poiché la popolazione mondiale cresce e la Terra rimane finita, la terra che produce quel qualcosa potrebbe essere davvero “oro verde”» (Russell, p. 110). 

Un’altra considerazione molto semplice è che, se una terra X viene desertificata e la sua produzione agricola distrutta o impossibile da portare avanti, la terra Y ad essa più o meno limitrofa potrebbe in alcuni casi beneficiarne: adesso, a causa del cambio di regime climatico, ciò che non può più crescere in X diventa invece coltivabile in Y, dove prima sarebbe stato impossibile. 

In altre parole, benché queste trasformazioni sono dannose per la stragrande maggioranza, le loro conseguenze non lo sono. Prendendo a prestito da Bichler e Nitzan, questi sono processi differenziali: i danni non sono uguali per tutti, e non per tutti allo stesso grado. E ciò che è detrimento per alcuni può essere un vantaggio per altri (Bichler, Nitzan, 2018, p. 31). Questa differenzialità della distruzione può essere capitalizzata, per esempio pre-acquistando terre verdi in Brasile. E, come abbiamo visto, questo lo sapevano persino alla Exxon. Per quanto riguarda altri esempi di accumulazione facilitata da fenomeni distruttivi e sul fatto che siamo entrati in una nuova fase di accumulazione differenziale che gran parte dei paradigmi marxisti non sono semplicemente in grado di vedere, rinvio al mio Asimmetria: Lotta di classe alla fine di un mondo (Mimesis, 2022).  

Da tutto ciò dovrebbe seguire una logica conseguenza: il cambiamento climatico non è una calamità, ma un vero e proprio crimine. E questo non è un eufemismo. Se io so che una mia azione potrebbe causare il danno o persino la morte di alcune persone (o esseri viventi) e la compio comunque, tecnicamente si tratta di un reato, e di fatto è codificato come tale nella stragrande maggioranza dei codici legali. Se io ho contezza del fatto che fare qualcosa avrà come probabile effetto collaterale il danneggiamento altrui, e la faccio comunque, vengo considerato – non a torto – colpevole del danno perpetrato. A rigore, questo ragionamento dovrebbe quindi applicarsi anche ad Exxon o a tanti altri attori economico-politici, i quali sapevano cosa sarebbe accaduto. 

Ci siamo già tutti dentro, e non bisogna sottovalutare la sibillina facilità con la quale, in quanto vittime del cambiamento climatico, un paese o un popolo possano scivolare in quella zona di indifferenza politica, sociale e culturale che contraddistingue i sacrificabili del mondo. Possiamo persino immaginare anche un razzismo ambientale (Bullard 1990) riprodotto scalarmente anche nel caso della “bella Italia”, che potrebbe diventare simbolicamente un nuovo “sud” disastrato e sacrificabile, dove inondazioni e temperature oltre i 50° rendono il paese invivibile. E ciò perché la distinzione “noi” vs “loro”, “nord” vs “sud”, “noi che stiamo bene” vs “poveri loro cosa stanno passando” è semplicemente uno schema logico mentale che chiunque può “copiare e incollare”, quando le condizioni storiche lo necessitano, nelle più disparate circostanze. 

– Russell R., (2022), Guerre dei prezzi. Come i mercati delle materie prime creano un mondo caotico (2022, Einaudi, Torino). Orig. Title: Price Wars. How chaotic markets are creating a chaotic world)

-Bichler S., Nitzan J., (2018), ‘The CasP Project: Past, Present, Future’, Review of Capital as Power, Vol. 1, No. 3, pp. 1-39, available at https://bnarchives.yorku.ca/536/.

– Bullard R. (1990) Dumping in Dixie: Race, Class, and Environmental Quality. Boulder, CO: Westview Press.

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